INVECCHIAMENTO CUTANEO NELLA STORIA


L'immortalità non è propria della specie umana e, probabilmente, di nessuna delle specie viventi che popolano il nostro pianeta.
Gli uomini delle caverne conoscevano e temevano l’invecchiamento, pur rispettando la saggezza a esso associata, per questo i giovani difendevano gli anziani,  si prendevano cura di
loro e li aiutavano a procurarsi  il cibo.
Da sempre i saggi si interrogano sulle cause che portano l’uomo a invecchiare nel tempo e, sebbene neppure la ricerca scientifica sia ancora stata in grado di fornire delle risposte
definitive, medici e filosofi del passato hanno proposto alcune singolari ipotesi. Ippocrate (460-377 a.C.) descrisse


nei dettagli le principali manifestazioni fisiopatologiche
dell’invecchiamento: egli paragonava le tappe della vita allo scorrere delle stagioni, dalla primavera all’inverno, e riteneva che si diventasse vecchi intorno ai cinquantasei anni.
Secondo Aristotele (384-322 a.C.) la vita era legata al calore interno e quando questo veniva meno, si andava incontro alla senescenza. Galeno (129-216 d.C.) cercò di conciliare la teoria
degli umori con quella del calore interno: egli riteneva che il corpo fosse il contenitore dell’anima e collocava la vecchiaia a metà strada tra la salute e la malattia.
La prima monografia conosciuta sulla patologia della vecchiaia è il trattato “Gerontocomia”, opera di Gabriele Zerbi, un medico italiano vissuto nella seconda metà del 1400; tuttavia i
maggiori passi avanti nella ricerca sull’invecchiamento furono compiuti dopo il Rinascimento
grazie agli studi anatomici di Leonardo da Vinci e Andrea Vesalio.

Secondo Paracelso (1493-1571) il corpo umano era costituito da tre elementi basilari (sale, zolfo e mercurio) e lo stato di salute era garantito dal perfetto equilibrio tra queste sostanze; al contrario la vecchiaia era la conseguenza di un’autointossicazione dovuta alla separazione
dei tre elementi.
Nei secoli successivi gli studi sulla vecchiaia si fecero progressivamente più precisi, in particolare a partire dal 1800 grazie al successo della fisiologia e delle nuove scienze
sperimentali, fino ad arrivare intorno ai primi anni del Novecento, quando furono coniati i termini geriatria (scienza dedicata allo studio delle malattie senili) e gerontologia (disciplina
dedicata allo studio del processo dell'invecchiamento).
È noto che l’invecchiamento si manifesta a qualsiasi livello dell’organismo, anche se procede con una velocità diversa nei diversi organi; la pelle rappresenta un indicatore piuttosto
attendibile del passare degli anni e questo fatto ossessiona uomini e donne fin dalle epoche preistoriche.
Gli Egizi, ad esempio, erano vanitosi e tenevano molto ai loro capelli, che consideravano un simbolo di forza e virilità, anche se probabilmente erano piuttosto sottili e fragili. Dai numerosi esami condotti sulle mummie, si deduce che la calvizie era un fenomeno assai diffuso a quei tempi, oltre che un inestetismo temuto come una patologia vera e propria. Nei
papiri egizi sono contenute alcune tra le prime documentazioni scritte dell’arte cosmetica,
che suggeriscono stravaganti rimedi contro la calvizie e l’incanutimento. Il papiro di Ebers
abbonda di ricette cosmetiche contro i segni del tempo, a base di ingredienti curiosi, come il sangue di toro, la placenta di gatta, i genitali di capra, considerati simboli di forza e
rinnovamento cellulare. Le matrone greche, in età ellenistica, utilizzavano un particolare cerone per nascondere le rughe e gli altri inestetismi del viso e far apparire più chiara la loro
pelle.
Nel Rinascimento, considerato anche il nuovo ruolo sociale della bellezza, la lotta contro i segni del tempo divenne una pratica piuttosto comune tra le dame di corte, che erano
disposte ad adottare qualsiasi strategia per mantenersi giovani. Gli ingredienti cosmetici utilizzati a quei tempi erano spesso curiosi (salamandre, pipistrelli, scorpioni, vipere…), in un’epoca in cui la tecnica della distillazione si stava diffondendo a macchia d’olio e consentiva agli antichi speziali di estrarre lo “spirito vitale” dalla materia animale e vegetale, per poi
utilizzarlo nelle innumerevoli pozioni di eterna giovinezza che affollavano i mercati e le antiche botteghe. Una nota ricetta rinascimentale contro le rughe suggeriva di cuocere delle uova, di
eliminare il guscio e il tuorlo e di riempire gli albumi con mirra polverizzata. Il preparato veniva poi lasciato per un certo periodo in un ambiente umido e buio: si otteneva così un olio
“miracoloso” da utilizzare direttamente sul viso.
Nel Prospectus Pharmaceuticus, una Farmacopea pubblicata a Milano nel 1678, si trova un capitolo dedicato esclusivamente ai prodotti per la cura del corpo, nel quale abbondano
prodotti sbiancanti, detergenti, tinture per capelli, belletti, ma anche i cosiddetti linimenta, delle creme di bellezza destinate a distendere la pelle del viso, riducendo la profondità delle
rughe.
Nei secoli successivi i prodotti e i trattamenti cosmetici anti-age si diffusero costantemente, attraversando i diversi strati della società, con l’obiettivo concreto di rallentare, almeno un
po’, la comparsa dei segni del   tempo. 

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